Dieci anni. È questo il tempo che c’è voluto alla giustizia per determinare che Arianna (nome di fantasia, ndr), che al tempo del fatto di anni ne aveva 13, non ha avuto alcuna responsabilità per l’incidente equestre che le ha tolto l’udito da un orecchio. Per sempre. E avrebbe potuto fine anche peggio, come ci insegna la cronaca, visto che non indossava il cap.
Non ha avuto alcuna colpa lei – la vittima – né la sua famiglia, che a sua volta è stata vittima forse anche due volte dato che ha dovuto difendersi in tribunale dall’accusa di non aver vigilato a sufficienza sulla pratica sportiva della ragazzina.
La terza vittima di tutta la vicenda è sicuramente l’equitazione che per colpa di una serie incredibile di leggerezze ha subito un danno d’immagine molto pesante.
Il fatto
Arianna corona uno dei suoi sogni. Montare a cavallo. Alla lezione tanto desiderata e prenotata telefonicamente in un centro di Boffalora Sopra Ticino l’accompagna il papà. Quando la vede montare in sella sotto la supervisione di un ‘collaboratore’ della struttura chiede preoccupato: «Ma il caschetto?». Gli viene risposto che non c’è bisogno. Non deve preoccuparsi.
La lezione è quasi finita. Quasi… Già sulla via del ritorno in scuderia, il cavallo con il miraggio di rientrare ‘a casa’ rallegra e parte al galoppo. Un’andatura troppo difficile da mediare per l’inesperta Arianna, sprovvista del cap, che cade e batte la testa.
Trasportata in elisoccorso al Niguarda, i medici le diagnosticano grave trauma cranico con una frattura alla base del cranio, otorragia destra, pneumoencefalo, ematoma sottodurale e idrocefalo. L’incubo inizia il 25 aprile. Arianna rimane in ospedale fino al 20 giugno. Dopo di che viene trasferita in un’altra clinica per la riabilitazione. Ci rimane fino al 27 luglio. E nel frattempo la vita ‘fuori’ prosegue… Arianna avrebbe dovuto sostenere gli esami di terza media ma l’incidente e la lunga degenza le fanno perdere l’anno…
Oggi Arianna per fortuna ‘la può raccontare’. Battere la testa con tanta violenza a terra non è un’evenienza che lascia tanto margine. Ha perso l’udito da un orecchio, ha attraversato anni di fitte alla testa, di interventi. Insomma, un decorso con il quale dovrà convivere per sempre. E il tutto per una negligenza così banale da togliere il fiato. Anzi da fare rabbia.
Il mancato risarcimento e il tribunale
Il centro in cui si è svolta l’intera vicenda ha da subito avuto un atteggiamento peculiare. Alle richieste di indennizzo avanzate dalla famiglia di Arianna ha risposto costituendosi in giudizio e fornendo una versione dei fatti accaduti diametralmente opposta a quella del papà di Arianna.
Sarebbe stato lui a spingere perché la ragazzina uscisse subito in passeggiata affidandola a un ‘collaboratore’ che in realtà era solo un cliente del centro. Lui ad averla portata per montare con calzature inadeguate. Lui che non si sarebbe preoccupato di reprimere l’esuberanza della ragazzina in sella, subito alla testa del gruppetto. Lui che avrebbe sorvolato sull’uso del cap.
A riportare l’ago della bilancia in equilibrio alla fine è stata Grazia Fedele, di professione giudice. Che ha messo nero su bianco che non è affatto detto che le ballerine che indossava Arianna siano state la causa del suo gravissimo infortunio. Mentre è certo che lo sia stato il mancato utilizzo del cap. Cosa per la quale è totalmente responsabile il centro.
Il calcolo del danno
Secondo le stime e i criteri di calcolo del danno subito da Arianna, il giudice ha stabilito che le spetta un risarcimento di oltre 550mila euro. Il computo comprende un periodo di inabilità di 130 giorni, i postumi permanenti che si configurano in una menomazione dell’integrità psico-fisica, l’incidenza sulle future capacità lavorativo-reddituali. Inoltre è stato stabilito anche un risarcimento di 60mila per i genitori per lesione del rapporto parentale.
La sentenza è arrivata ad attribuire una precisa responsabilità del centro che ha erogato la lezione in sella e a stabilire una cifra per indennizzare la vittima di questo incidente che con una comune attenzione per la sicurezza – l’uso del casco – avrebbe potuto essere evitato o quanto meno minimizzato.
La sicurezza è una cosa seria. C’è da sperare che questa brutta vicenda insegni a molti e soprattutto, per Arianna e la sua famiglia, che sia finita qui.






















